Orso bruno marsicano

La nascita del progetto

La nostra Società è intitolata allo zoologo molisano che nel 1921 descrisse, come sottospecie endemica del nostro Appennino centro-meridionale, l’Ursus arctos marsicanus. Non è quindi un caso che nel gennaio del 2013, dopo aver registrato nei precedenti cinque anni la scomparsa di almeno dieci esemplari (di cui sei femmine), abbia deciso di lanciare un appello sollecitando i responsabili delle politiche di tutela e gestione a prendere in considerazione l’opportunità di istituire una banca dei materiali biologici dell’orso marsicano ed attuare un programma di riproduzione in cattività. Un metodo già utilizzato con successo in passato e che ha consentito di sottrarre all’estinzione specie animali minacciate divenute poi dei simboli, come il bisonte europeo, l’oca delle Hawaii, il condor della California e molte altre ancora. Oggi la piccola popolazione, circa 50 esemplari e non più di 13 femmine riproduttive (dati 2015), rende l’orso marsicano esposto al bracconaggio, ad attività antropiche impattanti e al rischio di letali epizoozie, senza voler considerare la ridotta variabilità genetica. Anche se questo dato non si discosta di molto da quelli disponibili storicamente, rilevati con altre metodologie, riteniamo assolutamente indispensabile inserire tra le politiche di tutela un’exit strategy che ponga le basi e assicuri la fattibilità di un futuro intervento di riproduzione in cattività. In tal modo potrebbe essere possibile disporre di un piccolo numero di giovani femmine con cui tentare, tramite ripopolamenti, di costituire nuclei riproduttivi selvatici al di fuori del Parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Sappiamo infatti che i maschi in dispersione compiono ampi spostamenti attraverso l’Appennino. L’orso “Ulisse” ne è un esempio: partendo dal Parco nazionale, e attraversando barriere antropiche impensabili, è arrivato sui Sibillini dove è stato ripreso, nel giugno del 2009, da una foto-trappola nella riserva di Torricchio e, dopo aver girovagato tra Marche, Umbria e Lazio, è tornato indietro a morire sui Prati del Sirente, nel gennaio del 2012. Così come sappiamo che le femmine, notoriamente filopatriche, non si spostano di norma dalle zone di riproduzione e svernamento, rendendo assai improbabili tentativi “naturali” di colonizzazione. La riproduzione in cattività può inoltre consentire, nell’ipotesi drammatica di un crollo verticale della popolazione, di tentare la ricostituzione di un nucleo vitale partendo dalla popolazione mantenuta ex situ. Tornando all’appello, questo non è stato ovunque accolto con favore, anzi in alcuni casi è stato fortemente osteggiato così come, al contrario, ha ricevuto incoraggiamenti da altri settori del mondo della ricerca e dall’estero. Le motivazioni addotte per tale ostilità sono state le più varie, del tipo “non è mai stato tentato” oppure “è rischioso”, “è difficile”, o ancora “sottrarrebbe risorse alle attuali misure di tutela”, ma tutte rappresentano a nostro avviso la rinuncia alla funzione primaria della ricerca. Una ricerca che non sappia osare abdica al suo ruolo. In Spagna oggi, grazie a finanziamenti europei per oltre trenta milioni di euro, l’allevamento in cattività è utilizzato con successo per favorire la salvaguardia della variabilità genetica ed il ripopolamento della lince pardina. Inoltre, l’Università di Leon ha realizzato già dieci anni or sono una banca del seme dell’orso dei monti Cantabrici, una delle pochissime popolazioni di orso bruno in Europa non manipolate dall’uomo. In Italia? Da un lato ci vantiamo di avere tra le nostre montagne una sottospecie unica al mondo – questo è quanto affermano il Ministero dell’Ambiente ed il Parco nazionale d’Abruzzo, i due principali responsabili delle politiche di tutela e gestione – dall’altro si ritiene di non dover utilizzare a tale scopo lo strumento della conservazione ex-situ, una procedura consigliata dall’art. 9 della Convenzione per la Biodiversità come utile integrazione delle politiche di conservazione in-situ. Dal nostro appello ad oggi (inizio 2018) sono passati cinque anni e sono già morti, per quello che si sa, altri undici orsi; anche in questo caso sei erano femmine. Tra questi l’orso “Stefano”, rinvenuto sulle Mainarde molisane fatto oggetto di colpi d’arma da fuoco, un esemplare definito come portatore di un allele rarissimo, perduto per sempre. Ci preme ricordare che ogni orso marsicano perso è un frammento di prezioso, unico, patrimonio genetico irrimediabilmente perduto. In questo scenario si inserisce una presa di posizione che appare perlomeno discutibile: l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, interpellato dal Ministero dell’Ambiente dopo l’appello della nostra Società produce un parere negativo nei confronti della “attivazione di azioni propedeutiche ad un possibile intervento di allevamento in cattività dell’Orso bruno marsicano a fini di conservazione” suggerendo – sulla base di un parere dell’IUCN/SSC Bear Specialist Group e dell’IBA (International association for bear research and management)– che, nel caso fosse necessario per la conservazione della popolazione, si debbano “prevedere interventi di traslocazione di esemplari selvatici provenienti da popolazioni il più vicino possibile da un punto di vista geografico”, in altre parole importare orsi sloveni o croati così come già fatto per ricostituire la popolazione trentina. Ma mentre in questo caso si è semplicemente facilitato un processo di colonizzazione che, seppure lentamente, era già in corso, in Abruzzo gli orsi sloveni possono arrivare solo se portati dall’uomo. Ma, pur con il dovuto rispetto, tale parere appare estremamente pericoloso: una sua applicazione porterebbe a uniformare la popolazione ursina dalle Alpi all’Appennino, cancellando con un colpo di spugna un unico esperimento evolutivo, probabilmente durato ben più dei 4-6 secoli che, secondo l’ipotesi ufficiale, separerebbero la popolazione alpina da quella appenninica. Così come non si comprende la reticenza ad organizzare la sistematica raccolta dei materiali biologici degli orsi che nel corso dell’anno vengono catturati per applicare, o sostituire, radiocollari a scopo di monitoraggio. Si tratterebbe di inserire nel protocollo di cattura anche il prelievo di materiali biologici la cui conservazione potrebbe essere affidata, tramite una convenzione, ad un istituto universitario già attrezzato allo scopo. L’ignoranza delle relative tecniche non può e non deve costituire un alibi. Considerando poi le ingenti risorse finanziarie impegnate finora per le ricerche sull’orso (circa quindici milioni di euro) una piccola cifra poteva essere senz’altro investita in questa direzione. La tragica epopea della popolazione alpina di orso bruno arrivata con poche unità agli anni ’70 del Novecento e lasciata languire fino alla sua definitiva scomparsa a causa della indecisione degli uomini e della inadeguatezza delle politiche messe in campo, deve costituire un forte monito per la politica di conservazione di quella appenninica.

 

L'appello

L'APPELLO (english version)

Convegno di Bologna 20 ottobre 2018

La Società Italiana per la Storia della Fauna, a cinque anni dal primo appello in favore dell’orso marsicano, ha deciso di organizzare  una giornata di studio sul tema “Orso bruno marsicano: verso una strategia di conservazione integrata”.
Il convegno sotto l’Alto Patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare si è tenuto, il 20 ottobre 2018, nella sede altamente simbolica dell’Aula dedicata ad Alessandro Ghigi, nell’università di Bologna .

L’incontro – il primo convegno scientifico dedicato esclusivamente all’orso marsicano – è nato dalla volontà di rilanciare ed integrare le strategie di conservazione di una entità faunistica di cui si sta finalmente cominciando ad apprezzare l’unicità a livello internazionale. L’intento, nel solco dell’appello del gennaio 2013, era quello di ribadire l’importanza di perseguire da un lato un ‘modello appenninico’ nelle politiche di gestione e di tutela e dall’altro proporre interventi volti a preservare il prezioso patrimonio genetico della piccola minacciata popolazione appenninica di orso.

Dall’Università di León sono intervenuti Luis Anel e Mercedes Álvarez che si occupano da oltre venti anni di banche del germoplasma, di criopreservazione di materiale genetico dell’orso bruno in Spagna. Sempre nel campo della riproduzione era attesa la testimonianza del prof. Cesare Galli che attualmente coordina un team internazionale che si occupa del recupero di specie sull’orlo dell’estinzione, o già virtualmente estinte, come il rinoceronte di Sumatra e il rinoceronte bianco del nord, utilizzando tecniche all’avanguardia. Purtroppo per un contrattempo dell’ultima ora non gli è stato possibile essere con noi.

A rimarcare l’importanza e l’interesse dell’orso marsicano sono intervenuti tassonomi, paleontologi e genetisti (La Sapienza, University of Liverpool, ISPRA) che hanno illustrato i risultati dei più recenti studi.

L’evento, cui ha collaborato la  Fondazione dell’Università di Torino “Centro Ricerche per la Gestione della Fauna Selvatica” Sampeyre, ha inoltre ottenuto il patrocinio dell’Università degli Studi di Bologna – Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, del  Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, dell’Associazione  Ekoclub International e della Società dei Naturalisti e matematici di Modena. Hanno inoltre aderito lUnione Bolognese Naturalisti e la Società Emiliana Pro Montibus et Sylvis.